Testimonianza di Teodosio Martucci – 2019

RODOLFO CRISTINA

LA PURA EVOCAZIONE NEL BATTITO SILENZIOSO DELLA FORMA E DEL PENSIERO

All'osteria - 1953 - Olio su tela 45 x 60La vicenda artistica e spirituale di Rodolfo Cristina, purtroppo prematuramente  interrotta, all’etàdi soli 55 anni (1924-1979), coincide storicamente e culturalmente, con il passaggio dalla fase eroica delle avanguardie storiche a quella delle cosiddette post-avanguardie, con tutto il loro retaggio di  sperimentazione, provocazione, intuizione e qualche volta, anche francamente, di illusione che la loro ricerca comportava. Rodolfo Cristina, invece, fu alieno tanto dall’une quanto dall’altre. Il suo spirito, acutamente introspettivo,   lo avrebbe condotto per altre strade, più personali ed approfondite. In primo luogo – è da rilevare – che l’elemento identitario, che maggiormente caratterizza il pensiero e l’operato di Cristina, consiste in una attenzione quanto mai sobria e profonda  verso quella Sicilia interiore che tanto spazio evocativo avrà nei suoi dipinti, nutrendone dal profondo le suggestioni, le segrete aspirazioni. L’artista seguì un suo particolare percorso, che lo vide, dopo aver abbandonato, la sua natia Pozzallo, frequentare Firenze e quindi entrare  in contatto con la tradizione artistica e culturale di quella straordinaria città. Importante il suo incontro con Carlo Carrà, che indirettamente, alimenterà in Cristina l’anelito ad una pittura rigorosa, di sintesi, parrebbe quasi dire di una “povertà francescana”, acutamente primitiva, se  non fosse che queste tendenze erano già in nuce  nel  mondo spirituale, psicologico, dell’artista e attendevano solo l’occasione decisiva  per il loro scatenamento, la loro estetica trasfigurazione.

Cristina, con suggestiva tensione creativa, tende a porsi in  sintonia con la personalità artistica di Cézanne, una delle figure di maggior peso dell’arte occidentale  tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Questo significava rendere il suo mondo siculo, di contadini assorti, di pescatori infaticabili, di contrade isolate e  mulattiere, di marine spaesate, in una lirica stilistica di apertura europea, al di fuori di vaghe esteriorità o di rituali celebrativi. La Sicilia, che silenziosamente  traspare dalle sue tele, entra in una sorta di “poetico esilio”, tenta di sfuggire da sé stessa, per essere altro. Diventa  metafora densa e  pregnante della più generale condizione  umana, fatta di attese, incertezze, dilemmi, solitudini, speranze, forse. Essa non è più preda  dal mito classico inconsolabile, ma si immedesima in una sorta di esistenziale realismo che trova  in Cristina uno dei suoi più schietti e sensibili cantori in quanto quelle realtà, le ha vissute, sono l’acme della sua  infanzia, della sua vita, ancor prima che essere materia di elaborazione artistica e culturale. Non deve stupire allora se  per un artista siciliano, questo scopo viene raggiunto per vie traverse, ma non per questo meno efficaci o solide, anzi. Le sue composizioni allora si decantano in atmosfere primigenie, con cieli e mari, persone e architetture, che  paiono scolpite dentro una materia plastica tutt’altro che inerte, ma viva e vibrante, in colorazioni dai tratti quasi nordici, lontano dal candore abbacinante di spazi assolati e vuoti. Tutto nella sua pittura si condensa, lo schema, ancorché semplificato, sembra ancora contenere  un’energia che pare sul punto di evocare o di scoppiare come se le due dimensioni, i due processi fossero uniti senza soluzione di continuità. Si è ben lontani dalla narrazione epica, calligrafica di Guttuso, tutto, nel caso di Cristina, verte verso una sorta di affocata empatia per  il mondo che lo circonda, a cui nulla fa ostacolo, nemmeno l’apparente freddezza di osservazione, l’oggettiva tensione analitica dello sguardo e del pensiero. Nella sua pittura sentimento e ragione convergono e questa compenetrazione è indice di sofferenza interiore, ma al tempo stesso conferisce  una vibrazione psicologica, compositiva ai suoi dipinti, che ne costituisce una sorta di cifra limpida e netta. La forma plastica si salda in nuclei massivi e compatti, quasi induriti dal passaggio dei tempi, delle circostanze, delle esistenze, eppure essi sono agitati dall’interno, mossi da una pennellata incisiva e quanto mai modellante e versatile dal punto di vista dell’organicità pulsiva del quadro.  Opere come Porto Salvo (1959), Don Peppino (1960),  Verso il lavoro (1961), All’Osteria (1974), ed altre se ne potrebbero ancora citare,  delineano il suo pathos compositivo, lo scavamento pittorico nella sagacità degli impasti che diventano colloquio  interiore, approfondimento di quei sentimenti e sensazioni che fanno la realtà, spesso dura, della vita. Pittore, però, ebbene  precisare, Cristina, non di sentimenti, di evasioni surrettizie, ma di istinti, di ascolto del proprio animo, sensibilmente ancorato alla  realtà, al tempo nel suo divenire. Tutta la sua pittura si avvale di un’epicità oscura e vitale, silenziosa e coinvolgente che comunica con lo spettatore  non per ammiccamenti, trucchi formalistici, ma per una innata predisposizione a vivere ed esprimere con il linguaggio delle forme e dei colori quanto, senza  reticenze, s’infervora e sussulta enigmaticamente nell’esistenza. Cristina, quindi, ricerca il volto ed il senso di una realtà priva di sovrastrutture devianti, la  realtà è quella che è, la pittura non la può ingannare o ricreare, deve solo comprenderla nella sua più pura dimensione. Ed è la forza istintuale, primigenia tensione della  mente umana, che si rivela la più disposta a cogliere, se ci riesce, come è il caso di Cristina, prima concretamente e poi pittoricamente, il senso di una visione, di una trasfigurazione di forme e colori.

Da queste considerazioni emerge  il profilo di una pittura autentica, psicologicamente sperimentale in cui la  tecnica, mai separata dalla dimensione spirituale dell’espressione visiva, imprime all’immagine  l’emblema di una realtà altra, che va ben al di là dell’impressione, della semplice contiguità naturalistica. Il paesaggio, le sue forme, le luci, i colori che s’innervano in una  matericità enigmatica e al tempo stesso consapevole del suo enigma, plasmano il dipinto come eloquente realtà metaforica, come essenziale e libera indagine sull’esistenza, sulle sue trame, qualunque  esse siano. Si snoda così nel tempo, nella riflessione interiore il realismo acuto di Cristina, anti-eroico, non per scelta pregiudiziale, ma per  oggettiva constatazione di quella realtà che si pone come una dialettica  possibile ed accessibile all’arte nella molteplicità delle sue manifestazioni. Ecco quindi che  un parallelismo tra pittura e poesia, diventa per Cristina, dimensione naturale della ricerca estetica, del suo approfondimento morale. La sua  pittura compenetra forme e colori, in una plasticità rigorosa eppur vibratile, in cui la dimensione tattile della composizione, la voluta tensione  primitiva dei volumi, annienta ogni disposizione al calligrafico, al manierismo di riporto, al simbolismo evasivo o intellettualistico che corrode e seduce , una  parte non irrilevante dell’arte contemporanea. Cristina, nella densità del suo percorso esistenziale, ebbe la fortuna di essere non un pittore del suo tempo, chè la pittura  non ha tempo, ossia è o non è, ma di esserlo del suo spazio vitale ancor prima che geografico e di quello spazio, collocato in una Sicilia non mitica,ma sempre sfuggente, lontana dall’identificazione classicista, seppe coglierne tutte  le sfumature più remote, nelle cose, come nelle persone, nelle luci, come nelle atmosfere. Atmosfere che non hanno nulla di seducente o di sentimentale, ma che si caricano di quella gravitas con cui gli antichi più avveduti leggevano la storia, la  natura, il vario paesaggio della condizione umana. Si avverte  così, in maniera evidente, come Cristina non fu un pittore di storie, ma un artista dentro la storia, nelle sue vicissitudini, di fatica, di meditazione, di istintiva confidenza in quella bellezza che spesso più che  frutto di una ricerca programmata, è il riverbero, luminoso e concreto, di un’intuizione, di un’idea .

All’interno di queste coordinate espressive e culturali, è dato allora di intendere  la tensione evocativa di una pittura, che come un solitario miraggio, seppe, nella primizia sorgiva di una purezza di intenti e risultati, entrare in un  dialogo profondo con la realtà circostante, libera da ammiccamenti o false seduzioni, ma predisposta solo alla sua limpida e serena ricerca.

 

                                                                                                                              Teodosio Martucci

 

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