Testimonianza di Vittorio Scorza – Dicembre 1965

L’attività professionale di Rodolfo Cristina,iniziatasi successivamente agli studi compiuti nella Scuola d’Arte di Siracusa e nell’Istituto di Porta Romana in Firenze e dopo il conseguito perfezionamento presso l’Accademia di Brera sotto la guida di Carlo Carrà, si è svolta lungo un arco  di cinque anni durante il quale il pittore, ormai forte di cognizioni e di mestiere e avendo via via affinato le proprie possibilità di espressione e di significato e tutte le naturali risorse del suo fervido temperamento, ha potuto affrontare e agevolmente risolvere complessi problemi di ordine formale, estetico e di contenuto e consolidare una posizione in cui oggi pienamente si compendiano la sua vasta visione pittorica  e l’intensità del suo sentimento d’arte. Qualità queste ultime sulle quali dovevano tanto favorevolmente influire quella irradiante luce di saggezza e di esperienza e di dottrina giuntagli da una dimestichezza di vita e da una consuetudine di lavoro avute, sebbene nella distanza fra maestro ed allievo, oltre che con lo stesso Carrà, con Vagnetti, con Soffici, con Casorati, prodighi di insegnamenti e di consiglio, e l’aver conosciuto le esperienze della Scuola Romana  dopo essersi accostato al Gruppo di “ Corrente”.

Da qui- e come diversamente poteva essere ove si considerino di Cristina lo slancio emozionale, la vitale capacità creativa,la pronta, vibrante ricettività,l’ansia di fare proprio tutto quanto più alto e più vero e la passione e la sensibilità ed il gusto ?- da qui, diceva, certe diversità fisionomiche  nella sua produzione,alcuni distacchi stilistici, che tuttavia non ingenerano discontinuità di linguaggio o una non ancora compiuta personalità in quanto essi debbono solo considerarsi come un riflesso, nella resa dell’opera, di culturali raggiungimenti e di acquisite nozioni.

Del resto un tale eclettismo di concetti figurativi,di impostazioni formali,di orientamenti,di scelte vale soprattutto a confermare la determinatezza degli spirituali impegni e la molteplicità delle esigenze di manifestazioni di tecniche  che sempre intervengono a potenziare gli interessi artistici  del pittore. Ecco così che in due paesaggi nutriti di dovizioso colore la componente disegnativa viene quasi per intero assorbita dalla duttilità di un tessuto cromatico dato a larghe tarsie che s’affiancano nella architettonica compiutezza della costruzione compositiva mentre una figura dall’impeccabile tagli prospettico risulta conclusa nella contornante incisività di uno spesso segno che con l’espressionistica  tensione del lineare riassunto ne staglia fortemente la sagoma. Soluzione questa spiccatamente casoratiana posta in evidente contrasto con il metafisico impianto di un altro paesaggio dai piani vivacemente scanditi nel ritmo spaziale di una ben definita dimensione pittorica.

E ancora una deliziosa marina dai delicati azzurri che s’inargentano in una chiara luce mattinale che sembra alquanto rifarsi alla poetica di Carrà e una natura morta bloccata nella statica essenzialità figurativa delle luci e delle ombre, dei bianchi e dei neri con un rigore formale ed una sintesi di struttura che piacerebbero a un Braque.

Natura morta con bucrano

Ma poi tutto trova una convergenza e un riassunto ed un senso e un colore e una pienezza e un trasporto ove risiede quanto, in potenza e in effetti, costituisce il bagaglio umano e di interiore estrinsecazione di chi, come Rodolfo Cristina, ha votato la propria esistenza e tutto il suo cuore e una identità e ad una speranza.

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