Testimonianza di Lucio Barbera – 1977

L’impegno di Rodolfo Cristina, ha certamente il valore di un ‘recupero’ e il significato di una testimonianza, quasi a porre un punto fermo in un’atmosfera troppo spesso inquinata da confusioni e da fughe in avanti. Si tratta di un recupero ‘felice’ della tradizione artistica italiana, di quella tradizione cioè che troppo spesso viene dimenticata in omaggio alle ‘invenzioni’.
Rodolfo Cristina, un artista siciliano che da anni lavora a Roma, con la sua pittura moderna, che utilizza l’antico, si pone come termometro di una situazione, quella attuale, indicando chiaramente la resistenza dei valori artistici nonostante i gravi attacchi ad essi portati, e dimostrando, al tempo stesso, come la pittura moderna possa davvero fare passi avanti non soltando cercando strade nuove, ma anche ripercorrendo, con spirito nuovo, strade antiche.
In questa luce si può cominciare a godere la sua pittura: i paesaggi, le nature morte, le figure, È bene subito precisare che con Cristina siamo molto lontani da quello che, quasi con disprezzo (ingiustificato, comunque) viene definito figurativismo, Cristina, infatti, non indulge mai in momenti iconografici, non riporta la realtà, ‘sente’, questa realtà umana, ma in termini di rigoroso realismo. La natura, infatti, si offre al fatto artistico in duplice modo: o come ‘oggetto’ da creare, o come ‘oggetto’ da copiare: solo in questo secondo caso essa può tradire, mentre quando riesce la prima operazione allora si compie davvero una ‘invenzione’ più che una trasformazione, si entra cioè nel campo della creazione artistica. Ed è quello che fa Cristina, la cui padronanza del segno e il controllo dei valori timbrici gli consentono di realizzare vere armonie.
Si prendano così le marine, e i paesaggi agresti, dove Cristina approda sulla scia della scuola tosco-lombarda che inizia dai macchiaioli fino a Soffici, Tosi, Carrà, Marussig e Carpi. Il suo mare, forse quello siciliano (che fa venire in mente Verga o Quasimodo), il suo cielo, hanno sapore antico, ma non potresti mai dire che si tratti di una tela che rassomiglia ad un mare o ad un cielo, dato che essi si offrono come invenzioni (reali) dell’artista: un’operazione questa che era riuscita soltanto ai grandi interpreti del divisionismo e del fauvismo.
Cristina indaga con un occhio attento questa natura e la compone con forme massicce, ma mai rigide, rese preziose da un’esaltazione dei valori plastici tesi a creare una impaginazione omogenea dove cromatismo e prospettiva non sono soltanto abili trucchi dell’esperto, ma riacquistano il sapore integro di un linguaggio chiaro, emozionale, vero. Se poi, invece, si guardano le nature morte, allora si assiste ad una forza creativa di grande armonia. È soltanto illusorio che la natura morta sia il tema più semplice per l’artista; al contrario essa si pone come estremo rischio di scadere nel banale e di comporre soltanto accozzaglie di elementi senza alcun rapporto tra loro. Per creare un legame vitale tra questo mondo oggettuale che si rappresenta, occorre possedere davvero i valori artistici, dal disegno al colore, dalla prospettiva alla profondità, e infine al gusto.

Tutti requisiti che ben si rintracciano nelle composizioni di Cristina che, oltretutto, tenta il tema molto difficile della natura morta dipinta nella spaziosità della spiaggia. Ma il risultato è godibile per via della grande forza che acquista la luce, dominata con sapienza dall’artista siciliano. Infine le figure, dove Cristina, più che in ogni altro aspetto, mostra davvero le sue origini. Figure che non possono non appartenere alla Sicilia, schiette e corpose, rudi, pesanti, ricche, di una forza che sulla tela, grazie al colore, acquista volume.
Volutamente non ho accennato al fatto che Cristina è stato allievo di Carrà. Normalmente, infatti nell’esaminare criticamente un artista si va alla ricerca di riferimenti e di punti di contatto con il passato. È una operazione questa che, nel caso di Cristina, toglierebbe valore a quella autonomia creativa e di linguaggio che il pittore siciliano invece indubbiamente possiede. Solo tenendo presente questo si può compiere obiettivamente Toperazione-riferimenti’, che così acquistano il significato di ulteriori motivi di pregio per l’artista Ed allora non si può negare l’influsso di Carrà; nelle nature morte si può rintracciare l’uso della luce di Morandi o il coraggio impaginativo di De Pisis; nel paesaggio ci sono toni che vagamente riecheggiano Morandi, o case la cui struttura architettonica ricorda Rossi.
Ma Cristina non è artista ripetitivo; piuttosto è uomo moderno degno continuatore, in chiave innovatrice, di una grande tradizione, consapevole che la si può rompere indefinitamente, ma sempre con la certezza di ritrovarsi davanti, ineliminabili, i cocci.
E la tradizione, nell’arte, è fatta non da nomi, ma da valori.

Lucio Barbera

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