Testimonianza di Guglielmo Petroni – 1967

Il più coerente linguaggio figurativo, erede diretto di quelle esperienze che portarono l’arte italiana ad inserirsi nella cultura contemporanea europea e che, in qualche modo, si ravvisano quando si dice « 900 », pittura metafìsica, Scuola romana, tonalismo ecc., rappresenta l’eredità più sollecitante che un artista italiano possa raccogliere, ma anche la più pesante, perché impegna ad una ardua costruzione delle immagini entro un rigore pittorico esigente, studiatissimo, difficile a raggiungersi nel suo intimo segreto.
Si tratta di una eredità nella quale, per mantenersi attuale, occorre sottoporsi ad una ricerca sottile, non per volontà ma per vocazione, mantenendosi con misura ardua tra realtà e fantasia.

Oggi comunque sono pochi gli artisti che sentono il bisogno di una ricerca del genere, di un impegno come questo che, sotto certi aspetti, risulta in contrasto con tutte le forme provvisorie, con lo spirito senza passato e senza domani che ipnotizza gran parte degli artisti, trascinandoli magari anche in esperienze che hanno uno sprazzo di meravìgliosità, ma che, subito dopo, dietro di sé spesso non lasciano nemmeno un documento. Appunto, invece, è proprio nello spirito di quella tradizione e di quell’insegnamento che i maestri ci hanno lasciato, che si ha l’impressione di lavorare per qualche cosa che può durare. Certo si tratta di un impegno esigentissimo che in un certo senso mette chi lo persegua in contrasto con molte cose di questi giorni, ma è proprio questo che per molti può rappresentare, ben compreso, uno stimolo. Conosciamo pittori che hanno saputo capire tali difficoltà e trovarvi l’insegnamento necessario per conseguire esperienze avanzate, col rigore e la fedeltà che in questo caso non possono mancare altrimenti non si capirebbe la stessa scelta.
Tra i pochi che hanno oggi preso con forza questa strada Rodolfo Cristina è certamente tra quelli che hanno chiaramente avanzato conseguendo una propria maturità. Cristina infatti oggi può presentarsi al suo pubblico con risultati approfonditi, ricchi di quella sostanza pittorica che è la linfa vitale d’un figurativismo conseguito attraverso quella cultura e quelle esperienze. L’amore alla realtà di questo artista risulta infatti costruito di cose vive, tutto comunicabile attraverso la mediazione d’una pittura che ha vibrazioni interne tese e continue, che tra luce e colore crea sempre quel punto d’incontro che dà intensità lirica, senso di poesia, alle cose rappresentate.

Per meglio intendere il valore della preparazione assai lunga e certamente sofferta attraverso la quale Rodolfo Cristina è giunto all’esattezza dei suoi convincimenti, palesi e rintracciabili in tutta la sua produzione recente, non è certo superfluo ricordare ch’egli ha studiato a Firenze nei tempi e nel clima culturale che da una parte aveva Felice Carena e dall’altra Rosai, Ardengo, Soffici, che ha studiato poi a Milano in diretto contatto con un maestro come Carlo Carrà, nel clima in cui non era assente né l’ombra di Casorati né il senso di bellezza e consapevolezza pittorica di Tosi: non è questo un itinerario a cui si arriva più o meno attraverso esperienze casuali, si tratta, e non può essere altrimenti, di una scelta e, come tale, di un programma piuttosto affascinante, difficile, in parte controcorrente, che il Cristina, ha seguito dunque per congenialità, o per meglio dire, nella consapevolezza di averci trovato se stesso.

C’è a questo punto un elemento che rende ancor più sollecitante l’immagine di questo pittore, ed è l’accostamento di questo tipo di scelta e di educazione alla sua origine meridionale; egli è nato infatti a Pozzallo, un paese della provincia di Ragusa. Diciamo pure che l’accostamento della sua origine siciliana a questo tipo di scelta e di educazione ci appare vitalissimo, ricco e fecondo, perché si addice ad un tipo di arte in cui l’esperienza culturale si fonde con doni spontanei, con impulsi che nascono dalla fantasia.
A questo punto nessuno penserà più che l’arte di Rodolfo Cristina, pur succhiata ad una esperienza culturale di prim’ordine, ne senta il limite; quel tipo di cultura c’è, per fortuna, egli stesso come abbiamo detto l’ha scelto, ma la sua vocazione viene dal vivo, egli ha personalità definita, qualità proprie. Nelle sue ultime opere questo contrasto giunge a risultati bellissimi in cui, tra conoscenza e libertà interpretativa c’è rapporto di misura intelligente, di equilibrio meditato. Il quadro ” Il molo”, che vogliamo prendere ad esempio di altri paesaggi e nature morte dello stesso periodo, è opera matura, vi è un modo d’intendere le forme, di liberarle e renderle essenziali e di fonderle nel colore luminoso, che ha l’aria di cosa che è straordinariamente arrivata a dire quello che l’artista voleva dire e quello che lui è.

Vogliamo però, a conclusione, richiamare l’attenzione su alcuni dipinti recentissimi del Cristina, perché in essi vediamo giungere più rapido intervento di fantasia, più libera interpretazione coloristica, come se ormai padrone d’un mezzo espressivo, ora lo adoperi con maggiore distensione, con più sbrigliata consapevolezza. Questi ultimi dipinti ci fanno intendere molto bene come questo artista, che ha conseguito e direi sofferto una propria formazione artisticamente nobilissima, ora possa anche mostrare certa ricchezza di passione di doti naturali, sempre entro i limiti di una consapevolezza del tutto acquisita. Il consenso al lavoro di Cristina ormai troverà sempre più larga e spontanea partecipazione, perché egli se l’è conquistato e se lo conquista a poco a poco, non con facili alzate di fantasia, ma con sofferto studio, con solida fedeltà culturale. L’amore per l’approfondimento della realtà, che resterà sempre la maggiore passione dell’uomo, anche quando gli eventi per qualche tempo la rendessero quasi inconsapevole, è presente nelle opere di Cristina e ne assicura la durata, il loro crescere nel tempo.

Guglielmo Petroni

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