Prefazione alla monografia – Santi Bonaccorsi – 1984

Un artista serio e sincero del profondo sud,’che affondi laggiù (quaggiù) le sue radici e le mantenga intatte, con fedeltà e coerenza, quale che poi sia l’orbita da lui percorsa fra alunnato e maturazione, ben difficilmente si lascerà tentare da demoni dell’intellettualismo, del formalismo, del concettualismo, del simbolismo, della contemplazione onirica, dell’astrazione metafisica. Il suo viaggio, fosse egli il più avventuroso degli ulissidi, sarà sempre un ‘ nostos ‘, un perenne ‘ ritorno a casa ‘, dovesse pure ridiscendervi per la cappa del camino come il ‘ ma-nalive ‘ di Chesterton.
Il contrario avviene solo ai ‘ deracines ‘ anche solo mentali il cui viaggio è sempre una perenne ‘fuga da casa ‘ anche se non se n’è mai partiti.
Rodolfo Cristina parte ragazzo da Pozzallo, dov’è nato nel 1924,rampollo di una piccola borghesia lavoratrice e produttrice che conosce le durezze della vita in un paesino periferico del Mezzogiorno depresso, ma non vi soggiace, possiede volontà e tenacia sufficienti per affrontarle e vincerle. Breve viaggio il suo, dapprima: va a studiare il disegno e i rudimenti dell’arte alla scuola d’arte di Siracusa, una delle poche che vi siano in Sicilia. Poi un viaggio ben più lungo lo porterà a consolidare la sua vocazione all’istituto fiorentino di Porta Romana-e sarà un contatto decisivo con quell’ ‘aura culturale’ toscana che si fisserà saldamente nel suo far pittura, in simbiosi profonda con il suo retaggio spirituale e umorale di uomo del Sud e, specificamente, di siciliano- e poi ancora, con un significativo, e decisivo, allungamento del suo percorso preparatorio, raggiunge Milano e, ai corsi di perfezionamento all’Accademia di Brera, vi fa l’incontro decisivo per il suo destino d’artista, con il maestro ‘fondamentale ‘, Carlo Carrà.
Un dato definitivo della critica, per Rodolfo Cristina, si riassumerà nell’indicazione ‘ alunno di Carlo Carrà ‘, ma che vuol dire? Certo il giovane artista pozzallese sentì fortemente e fece sua senza titubanze – talmente essa rispondeva alle sue più profonde esigenze, al suo più sicuro e consapevole sentimento, all’idea che egli aveva della pittura, e al mondo che gli urgeva dentro ed egli ‘ doveva ‘ esprimere — la lezione di Carrà, ma non certo del Carrà futurista o del Carrà metafisico che, per quanto ‘ importante ‘, non lo toccò minimamente, non lo interessò; bensì del Carrà dell’ultima fase, del paesaggista arioso, dell’evocatore di atmosfere intensamente musicali e poetiche, d’un rigore e d’una essenzialità coerente con i movimenti letterari post-futuristi del tempo, nella prosa e nella poesia (La Ronda a cui Carrà collaborò, l’ermetismo, la prosa d’arte).
Detto ciò, appare implicito il ridimensionamento bio-grafico-critico di questo alunnato carraiano. Non c’è, infatti, critico che al nome, e alla lezione del Carrà, non ne faccia seguire una filza di non meno pertinenti: da Soffici a Tosi, da Carena a Rosai e a Casorati, dai pittori della ‘ Scuola romana ‘, al gruppo di ‘ Corrente ‘, ma per concludere, infine, con il riconoscimento, nell’opera straordinariamente coerente e omogenea di Rodolfo Cristina, sotto il profilo tematico come sotto quello stilistico, di una vigorosa impronta personale, di una ‘ sigla ‘ inequivocabile.

Contrassegno primo ne è che la sua ‘ sicilianità ‘ non si smentisce mai ne si attenua. E sempre sul mondo della sua infanzia e della sua prima giovinezza che resta fisso il suo sguardo anche se tale mondo -uomini e cose, donne e campagne, alberi e case e spiagge tormentate dallo scirocco – appare sempre più immerso in una luce non ‘ gridata ‘, non abbacinante cioè ‘ siciliana ‘, ma attenuata, nordicamente velata o contrastata; e anche se la sua ricerca cromatica non sì distacca mai da, bensì consolida e approfondisce l’adesione a, quella linea ‘ classica ‘ che ha le sue scaturigini ben più lontano di qualsiasi novecentismo: in Cezanné e più in là, fin nel quattrocento toscano.
Scelta difficile questa per Rodolfo Cristina ma coerente con quel suo radicamento culturale e psicologico (sentimentale ma non certo nel senso banale che questo termine può a volte assumere) di cui si è detto. Nessuno lo ha meglio sottolineato di Guglielmo Petroni il quale, presentando una mostra del 1967 (vale a dire di na fase alta e intensa, di lavoro e di risultati, nella traiettoria dell’artista pozzallese) scriveva: « Si tratta di una eredità nella quale, per mantenersi attuale, occorre sottoporsi ad una ricerca sottile, non per volontà ma per vocazione, mantenendosi con misura ardua tra realtà e fantasia. Oggi comunque sono pochi gli artisti che sentono il bisogno di una ricerca del genere, di un impegno come questo che, sotto certi aspetti, risulta in contrasto con tutte le forme provvisorie, con lo spirito senza passato e senza domani che ipnotizza gran parte degli artisti, trascinandoli magari in esperienze che hanno uno sprazzo di mera-vigliosità, ma che, subito dopo, dietro di se spesso non lasciano nemmeno un documento. Appunto, invece, è proprio nello spirito di quella tradizione e di quel insegnamento che i maestri ci hanno lasciato, che si ha l’impressione di lavorare per qualche cosa che può durare.
Rodolfo Cristina, dunque, mentre respinge i richiami e le sollecitazioni provenienti dalla critica e, con forse maggiori allettamenti, dal mercato dei vari avanguardismi e sperimentalismi del ‘ novissimo ‘ e dell’ ‘inusitato’, evita anche di cadere nella trappola di una troppa corriva fedeltà alla ‘tradizione’. La sua scelta è ‘attiva’, sostanziata di strenuo impegno, fervida e appassionata; ciò vuol dire che la sua pittura non è ‘facile’ come potrebbe sembrare, bensì frutto di una ricerca approfondita e paziente non facilmente contestabile; sia per quanto riguarda la rigorosa, mai estemporanea, costruzione del quadro, sia per quanto riguarda il disegno robusto, non di rado scultoreo, sempre fine e solido nello stesso tempo, sia per quanto riguarda le soluzioni cromatiche, gli accordi tonali quasi sempre felicissimi, la sapiente resa dell’atmosfera e dell’illuminazione.
«Il naturismo di Cristina-scriveva nel 1968 il cattedratico padovano Prof. Armando Brissoni, che l’anno appresso gli avrebbe dedicato una monografia (Edizioni d’Arte ‘ L’Ancora’ Roma) – è redatto con caratteristiche ben particolari. Si sfaldano i toni e il registro del colore cede a una forma che si distende e che crea una atmosfera che è luce. Cristina ricerca e medita sulle possibilità nuove della figurazione e di questo linguaggio. Così che la sua ricerca è fatta da passaggi lenti ma metodici in continua funzione espansiva, per cercare di aggiungere al già noto, quell’accento di modernità necessario al nostro tempo».
E nella menzionata monografìa: « 1 suoi cieli, le sue marine e i suoi paesaggi sono in continuo rinnovo, sono una tradizione che di volta in volta è sempre più aderente al nostro spirito e al nostro modo di sentire e interpretare la vita dell’arte».
E così la pittura di Ridolfo Cristina appare antica e nuova nello stesso tempo, di linea tradizionale ma di sensibilità moderna, non immobile, ripetitiva, ‘passatista’, ma fervida e animata da una ricerca inquieta e inesausta. E il suo problema non è il riprodurre realisticamente (‘simia naturae’) la reità ma di ‘rivelarla’ fantasticamente; di scoprirne l’essenza più intima, la verità segreta. Proprio come già in Cézanne, ma con le inquietudini, l’appassionamento, l’amore scontroso e, forse, i complessi di un uomo del Sud. Da ciò il posto occupato nel suo ideale catalogo (che bisognerebbe, finalmente, redigere, magari inducendo un giovane con l’allettamento di un premio, a dedicarvi una tesi di laurea) dalle nature morte. Fiori freschi, fiori secchi, cesti con frutta, stoviglie domestiche, arnesi di lavoro, composizioni alla Morandi, mele e pere dal colore fioccoso posate su un tavolo, conchiglie marine, pesci, granchi: tutte di un rigoroso equilibrio compositivo e di amorosissima elaborazione cromatica, come se il pittore affidasse loro il compito di esprimere la parte più appassionata e segreta di se stesso, la sua interiore ‘componente musicale’.
È forse nelle nature morte che si celebra maggiormente quella specie di gemellaggio spirituale fra Sud e Nord nello spirito di Rodolfo Cristina pittore, fra Pozzallo e Firenze, fra Sicilia e Toscana, che peraltro una figura di grande rilievo intellettuale e morale quale quella del pozzallese Giorgio La Pira ha indissolubilmente ‘gemellato’. L’ ‘aura’ toscana prevale nelle nature morte e si sente fortemente anche nei paesaggi, specialmente nella luce che li avvo Ige, nell’atmosfera velata che li percorre; ma più nelle vedute campestri con grandi alberi talvolta squassati dal vento, e case rustiche immerse nel verde, e meno nelle spiagge sabbiose, deserte e malinconiche, come in autunni uggiosi, con qualche barca tirata in secco.
Prevale, invece, in pieno la sicilianità nelle figure, spesso d’impianto cézanniano, ricche di un’intensa e repressa umanità, recanti nella loro immobile monumenta-lità una pregnanza realistica di vite vere, di storie umane reali, che hanno lasciato la loro impronta nelle espressioni introverse dei volti, nel blocco massiccio e greve dei corpi; e in particolare nelle figure femminili, a parte la ‘universale’ intensità e sensuale pienezza di alcuni suoi nudi, come nella indimenticabile ‘ Maternità’ (forse del ’63 o ’64) riprodotta nella tav. Ili della monografia del Bris-soni, già presente in una mostra del ’65 (Galleria ‘ il Porto’, Roma).
Uno dei caratteri che maggiormente colpiscono in Cristina è la pacata fermezza delle sue scelte stilistiche, la salda e indefettibile coerenza con cui – pur mostrandosi consapevole di quanto gli si muove intorno, attento, con interesse e rispetto, ai più vivi stimoli culturali del suo tempo – egli, come ha scritto Renato Civetto, « ha scelto se stesso, condizionando preliminarmente alla certezza di una pittura-poesia tutti i propri interessi, le inclinazioni individuali e le contiguità di scuola: tra filoneismo e arcaismo misoneista egli ha tracciato con i suoi magnifici paesaggi e con l’acuta penetrazione delle sue figure un solco sicuro, recuperabile dell’uomo e per l’uomo contro il massiccio tentativo della disumanizzazione integrale ».
È così che in tutta la sua trentennale attività, dalle prime sortite di chiara impronta carraìana fin dalla sua morte prematura nell’aprile del 1979, a 55 anni, al culmine della sua traiettoria d’uomo e d’artista, Rodolfo Cristina non fa che rinsaldare e approfondire la sue scelta iniziale, senza mai rimetterla neanche per un attimo in discussione.
Se si confrontano con le sue fasi precedenti, in particolare dei fecondi e felici anni ’60 e ’70, le opere presentate in quella che fu – di poco postuma – l’ultima sua ‘personale’ da lui stesso preparata, alla Galleria ‘Lo Scalino’ di via Capo Le Case 6-7 Roma, dal 3 al 19 maggio 1979, ancora e sempre con il titolo ‘La Sicilia’, non si può non rilevare lo sviluppo, senza alcuna soluzione di continuità, d’uno stile e d’una tematica, della componente soggettiva e di quella oggettiva della sua pittura. Su livelli alti di raggiunta sicurezza stilistica (ma c’erano da riscontrare forse incertezze in quadri del ’68-’69 come Contadini al lavoro, o Carretto siciliano in un paesaggio campestre, o Famiglia di pescatori, di così straordinaria e incisiva ‘sicilianità’?) si celebra ancora una volta il suo perenne ‘nostors’, il suo assiduo e fervido ‘ritorno a casa’.
« Non è casuale – sottolinea il presentatore di quella mostra, Franco Miele, senza immaginare, mentre redigeva lo scritto per il fascicolo, che egli stava contrassegnando il termine più alto ma anche conclusivo della carriera di un artista eccellente – che i luoghi che l’artista ha umanamente scoperto e fissato in tante immagini ele-quenti siano effettivamente reperibili. Pozzallo, Pala-mentano, Primo Scivolo, La Sorda e così via sono gli ‘ancoraggi’ (della) sollecitazione al colloquio che (…) il pittore provoca nella nostra coscienza, al fine di collocarsi in quella nuova dimensione, in cui il particolare si schiude come un riflesso dell’assoluto». E Franco Miele conclude citando F.W.J. Schelling: « l’infinito espresso in modo finito». Indicazione che si potrebbe anche capovolgere, proprio guardando uno di quegli ultimi quadri di Rodolfo Cristina, così forti, decisi, sicuri-i e, si direbbe, consapevoli di questa forza, di questa sicurezza é come Pescatore (che beve, con un gesto ‘eterno’, il suo bicchiere di vino), Donna siciliana (che in un’altra ‘eternità d’istante’, mangia il suo pane), Pozzallo Pietre Nere, Barche a Pozzallo, Vela a Pozzallo: il finito che travalica nell’infinito come la parola poetica che, appena pronunciata, fa trasparire la sua pregnanza d’ineffabile.

Santi Bonaccorsi

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