La religiosità nell’arte di Cristina – Monsignor Ottorino Alberti – 1970

Che l’arte sia il ritratto fedele dello spirito di un’epoca non è una proposizione da dimostrare, ma è di immediata formulazione, per il fatto che essa, per natura sua, è l’espressione più viva del pensiero e del sentimento umano, e, perché tale, esprime la verità e, perfino, le finzioni.
Per rendersene conto basterebbe riferirsi allo stato della cultura italiana contemporanea e, in particolare, a quello delle arti figurative. Da una statica considerazione storica, più che da una dimostrazione razionalmente elaborata, si ricaverà la convinzione, che anche l’arte porta i segni della profonda crisi spirituale e morale della società attuale.
Non pensiamo affatto di generalizzare l’aspetto negativo dell’arte italiana: sarebbe falso ed anche ingiusto verso coloro che vivono ed operano in modo da meritare incondizionata ammirazione e stima. Ma è un fatto innegabile l’esistenza di una non-arte e di un arte amorale, se pure non immorale, la quale cerca di giustificare la sua presenza e di difendere la sua validità, in nome della ricerca di un nuovo linguaggio artistico e in virtù di una presa di coscienza più autentica della dignità e della libertà della persona umana.
La mancanza di inventiva e l’estrema povertà di ideali di coloro che ripiegano passivamente su una imitazione leziosa e monotona di una realtà senza vita, o di coloro che nascondono la loro vuotaggine interiore e, forse, anche l’ignoranza dei più ragionevoli principi estetici, rifugiandosi polemicamente nelle diverse forme di astrattismo, sono motivi troppo ben documentati perché si debba insistere su di essi per dar forza all’affermazione che nell’ambiente artistico italiano è in atto una crisi che non è solo di crescenza.
Un’attenta e spassionata critica di certe produzioni, che di artistico non hanno se non l’etichetta data loro da quanti
la propagandano con finalità commerciali, o la impongono per sostenere certe ideologie dissolventi, non può non portare alla conclusione che esse sono effimere come tutte le mode di stagione e spesso sono smentite dai loro stessi qualificati rappresentanti.
Ma se attraverso le opere, si cerca di penetrare l’animo dei cultori di questa non-arte, è allora che ci si potrà convincere come questa non sia altro che una formula di comodo per salvaguardare interessi privati e particolari, e una espressione della degenerazione di principi morali e dei più alti valori spirituali. Sarà proprio questa scoperta a dimostrare la presenza nel mondo artistico italiano di individui, che sono inclini alla ricerca di protezioni che procurino loro la fama e il prestigio che non potrebbero attendersi per le loro effettive capacità, o che servano ad evitare lo sforzo della ricerca e a nascondere il vuoto allucinante della loro anima, quando pure, alla perspicacia dei ‘mecenati’ non si ricorre per mascherare l’incapacità di partecipare alla vitalità naturale della società, senza la quale partecipazione la vita della cultura si ridurrebbe ad uno sterile insignificante clamore.
L’arte, come fatto culturale, non solo implica una visione del mondo, ma la definisce e la chiarisce e, se è vera arte, contribuisce a formare negli uomini uno stile di vita rispondente ai principi di un’autentica civiltà.
La dignità dell’arte sta nell’elevazione morale, spirituale e religiosa degli uomini, della quale essa è capace, grazie alla forza, che le è propria, di penetrare in profondità nell’intelligenza e di muovere la sensibilità con una intensità che neppure la parola, scritta o parlata, può avere.
La validità di un artista non potrà essere, allora, che in funzione del giudizio sulla fecondità, formativa e civilizzatrice, del suo messaggio.
La lettura della recente pubblicazione del Prof. Armando Brissoni, docente nell’Università di Padova, sul pittore Rodolfo Cristina, ci offre l’occasione per una esemplificazione, che può servire ad una utile riflessione sull’importanza dell’arte per la vita della Chiesa e per il progresso della civiltà umana.
Lo studio del Prof. Armando Brissoni, condotto con lodevole rigore critico, non solo serve da guida a scoprire i caratteri più espressivi e più originali dell’arte del pittore Cristina, ma, prima di tutto, ha il merito di rendere possibile la comprensione del mondo interiore dell’artista, dove si agitano i sentimenti, i principi, le ansie e le speranze che hanno ispirato e sostanziano le sue opere.
Con questo volume si scopre un autentico artista, ma non nel senso che con quest’opera esso venga tolto dall’anonimato. La presenza del prof. Cristina nel mondo artistico è già da diversi anni autorevolmente documentata, e la sua personalità va ogni giorno di più imponendosi per la ricchezza del suo messaggio artistico, e – cosa assai significativa in questi tempi – senza l’apparato propagandistico messo su da mercanti d’arte o da certe forze politiche, che strumentalizzano l’arte per fini non del tutto onesti.
Con questa pubblicazione, un più vasto pubblico e non solo quello ristretto agli intenditori e ai frequentatori di gallerie, potrà meglio conoscere un artista che, nel clima culturale della nostra epoca, con la sua arte originale e fascinosa, dà un’eloquente testimonianza sulla vera funzione dell’arte, la quale – come disse Pio XII: « …aiuta gli uomini, nonostante tutte le disparità di caratteri, d’educazione, di civiltà, a conoscersi, a comprendersi, per lo meno ad intuirsi scambievolmente e, di conseguenza, a mettere in comune le proprie risorse allo scopo di completarsi a vicenda».
Dell’arte del Cristina, a noi qui interessa sottolineare questo valore di testimonianza e non intendiamo ripetere il giudizio critico su un’arte, che nel prof. Brissoni e in altri autorevoli studiosi ha già trovato intelligenti e qualificati interpreti.
L’attività artistica del Cristina, prima ancora che espressione di genialità, è rivelazione di vita. Essa è una dimostrazione di quanto possa la virtuosità artistica, quando è diretta e sostenuta da nobili ideali, i quali nell’artista sono principi e norme di vita, prima ancora che entrino nei suoi atti umani, come oggetto di intenzione, vale a dire come fine da realizzare e come oggetto di giudizio pratico che, nell’ordine di esecuzione, si traduce in immagini concrete. In ogni produzione artistica infatti, la prima fase è la concezione dell’idea, è l’intuizione di un nuovo aspetto di bellezza, che in un secondo momento, l’artista, con la capacità innata del suo genio, fermerà con un linguaggio, che è perfezione del suo lavoro e fa dell’artista un ‘creatore’.
Per questa ragione, la validità di un arte non si potrà limitare a un giudizio sulle disposizioni naturali dell’artista, alla sua virtuosità, che pur essendo un elemento essenziale, è tuttavia uno strumento della ragione, dove risiede in senso proprio, la virtù dell’arte: sarà necessario, piuttosto, raggiungere questo giudizio di valore in funzione della capacità dell’artista di ricavare dalla natura, alla quale si riferisce, l’idea, alla quale egli darà poi una forma espressiva di bellezza.

L’arte non è imitazione della natura, né una semplice espressione, e neppure una creazione nel senso proprio del termine. Ciascuna di queste ipotesi è insufficiente in se  stessa, ma tutte e tre insieme costituiscono le tappe obbligate di una dialettica completa.
L’arte del prof. Cristina risponde pienamente a questi canoni fondamentali. Dalla contemplazione, attenta e sofferta, della natura egli trae l’ispirazione per i suoi paesaggi e le sue nature morte, che sono i soggetti che di preferenza ama ritrarre. Pur restando aderente alla realtà, la sua arte non è imitazione pedissequa della natura, di cui ha una percezione viva che non limita la sua libertà, bensì sensibilizza potentemente la sua anima fino a raggiungere l’essenza stessa delle cose, la loro bellezza che è la perfezione della stessa esistenza. Anche restando fedele a tutte le esigenze naturali della sua arte, Cristina riesce ad idealizzare la natura, scoprendo in essa il riflesso di quelle perfezioni, la cui sintesi in Dio costituisce la bellezza infinita ed essenziale. Il mondo pittorico del Cristina è popolato di creature, che sono sua creazione, nella misura che ad esse egli comunica una vita e che esprimono un suo mondo interiore, organizzandolo in un tessuto pittorico, dove le immagini e perfino le luci e i colori non rivaleggiano con la natura allo scopo di impressionare i sensi, magari per costringere all’ammirazione del suo virtuosismo, ma essi stessi hanno contenuto e forza di valori universali. L’originalità di quest’arte, che non conosce i meschini ripieghi dell’arte di maniera o le illogiche e sterili immaginazioni dell’astrattismo popolato di fantasmi, non impedisce che le immagini che popolano le sue tele restino creature, e lo siano, partecipando delle infinite perfezioni del vero Creatore. È questo rilievo che può dare l’avvio a un discorso che, rimarcando un carattere che compete all’arte in se stessa e che si ritrova nelle opere del Cristina, serve a meglio definire il valore dell’arte, che ben a ragione è detta « a dio quasi nepote ». Intendiamo dire della religiosità dell’arte.
Che tra l’arte e la religione esista un’intrinseca affinità è fuor di dubbio. E non si tratta semplicemente di questa religiosità che nasce per un rapporto, contingente ed occasionale, che lega la religione e l’arte, quando questa presenta esplicitamente soggetti religiosi o sacri, nel qual caso l’opera d’arte è religiosa o sacra, perché traduce immediatamente in immagini di facile comprensione una verità cristiana; ma si tratta di una sacralità ontologica che esalta l’arte e la nobilita al di sopra di molte altre espressioni dell’intelligenza e dell’operosità umana.
Ora, il valore religioso dell’arte sta prima di tutto nella sua riconosciuta capacità informativa ed educativa. Essa infatti, per essere la manifestazione più viva del pensiero e del sentimento umano, ed anche l’espressione più intelligibile agli uomini, qualunque linguaggio parlino, ha una sua forza formativa che manca alla stessa parola. Il linguaggio dell’arte è un linguaggio universale nel contenuto e nella forma, ed anche più connaturale all’uomo, che si eleva alla comprensione delle verità, anche le più alte, partendo dalla sua esperienza sensibile. Per questa sua espressività, all’arte è giustamente riconosciuta la missione di favorire l’intesa, la concordia e la pace tra gli uomini. Ed è grazie a questa finalità, che esiste una intima unione tra l’arte e la religione, la quale, tra i suoi principali obiettivi, ha anche quello di favorire e rafforzare la solidarietà tra gli uomini.
Ma esiste anche una sacralità, che scaturisce dall’essenza stessa dell’arte. L’opera d’arte è ‘creazione’ dell’artista, ma non nel senso che egli, come Dio, crei la sostanza delle cose, piuttosto perché riesce a tradurre nelle sue opere una bellezza che egli scopre con la sua intelligenza, in modo che ciò che egli vede e gusta, e ciò che egli vuol far vedere e far gustare con la sua opera, non è la realtà tale e quale, ma quale egli la interpreta, idealizzandola. « L’arte – ha scritto Maritain – è uno sforzo creatore la cui fonte è spirituale e che ci svela l’io più intimo dell’artista e le segrete corrispondenze che egli ha percepito nelle cose attraverso una visione o intuizione che gli è propria e che non può essere espressa con idee o parole ».
L’arte non è quindi una semplice riproduzione o imitazione della realtà; ad essa l’artista deve necessariamente riferirsi per scoprire quegli ideali che poi esprimerà in immagini; egli la supera, la trascende, la anima di se stesso, la idealizza, mettendo in evidenza quelle perfezioni che nelle cose sono un segno limitato delle infinite perfezioni di Dio.
Ma proprio per questo contenuto, l’arte, ancora meglio delle stesse creature, può costituire il primo momento di quell’itinerario ascensionale dell’intelligenza che dalla considerazione delle cose create può giungere alla conoscenza dell’esistenza del loro Creatore, e dalla considerazione delle perfezioni partecipate e finite delle cose arriva alla infinita perfezione di Dio, secondo quanto San Paolo insegna: « Le sue invisibili perfezioni, la sua eterna potenza, la sua divinità, dopo la creazione del mondo, sono rese visibili all’intelletto per mezzo delle creature ». (ROTTI. 1, 20.
Questa portata religiosa dell’arte non si coglie solo come conclusione di una riflessione alla quale l’uomo si deve impegnare con la sua intelligenza, ma è qualcosa che l’uomo avverte immediatamente nel suo spirito, davanti alla contemplazione del bello. Si tratta di una rispondenza psicologica, immediata ad ogni osservazione, la quale non è limitata ad una semplice commozione dei sensi, ma è sentimento che eleva l’anima verso l’infinito, verso l’eterno, verso il  vero, verso il bello, verso Dio stesso.
Nell’arte del prof. Cristina si respira quest’aria di religiosità.
I suoi paesaggi e le sue marine, vibrano di sensazioni che trasfigurano e liberano le immagini dalla loro dimensione materiale fino a farne idea, a suscitare nuove emozioni. Lo spazio e le distanze perdono il loro valore fisico, ottico e prospettico, per acquistare un valore psicologico che distacca lo spirito dalla visione limitata delle cose e lo porta ad una contemplazione che diventa partecipazione cosmica, nella quale l’anima si sente parte di un tutto che vive della sua stessa vita.
I suoi cieli e i suoi mari, che, a volte, occupano quasi per intero le sue tavole o fanno da sfondo alle sue nature morte, sono molto più che elementi accessori, elaborati per rispondere ad esigenze tecniche; essi nascono da un moto del suo animo, come espressione immediata dell’urgente bisogno di entrare nel mistero della realtà, non solo per scoprirla, ma per trovare in essa quella pace che è come ‘un naufragar dolce’ in un infinito, nel quale non si può non avvertire una presenza divina.
In tutti i suoi personaggi e, perfino, nelle sue nature morte nelle quali il suo discorso è più rigorosamente definito, i suoi colori e la loro intensità di tono, i rapporti di luce, non sono solo testimonianza della ricchezza di motivi e dell’esuberanza del suo genio, ai quali si affida per creare un’atmosfera, ma sono essi stessi fonte di una emozione che dilata l’anima e la costringe ad una meditazione, che continua anche quando l’immagine non è più presente.
In queste opere non si vede Dio, ma si intravede un mondo che è in Dio; non ci sono, visivamente espresse, verità di ordine trascendente, eppure sono presenti tutti i valori universali sui quali si regge la vita umana. Un messaggio artistico, quello del pittore Cristina, che possiamo definire un catechismo, nel quale, al posto delle rigide formulazioni dottrinali che parlano all’intelligenza, prima che al cuore, c’è una somma di principi tradotti in immagini, che fanno di quest’arte una Teologia di vita.
I giudizi dei critici d’arte dicono già – e sempre meglio lo ripeteranno – che il pittore Cristina si stacca per intelligenza e per genialità nel folto panorama del mondo artistico contemporaneo; ma a noi, oggi, interessa segnalarlo come esempio di dignità morale e come testimonianza del messaggio di speranza e di salvezza, che l’arte può dare, quando sia espressione di virtù intellettuale e, soprattutto, di ricchezza di vita interiore.

Mons. Ottorino Alberti

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